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LA PARTENZA
Ci siamo aggregati, un po’ titubanti per la verità, al viaggio di gruppo in camper proposto da TURIT. La nostra diffidenza era semplicemente dettata dal fatto che in genere viaggiamo in maniera indipendente da cui il timore che l’esperienza potesse rivelarsi negativa.
Tuttavia, la meta accattivante, il programma ben dettagliato e il costo decisamente competitivo hanno velocemente allentato i dubbi. Forse il nostro carattere, un po’ da orsi, non è stato completamente sopito, ma posso assicurare che abbiamo fatto del nostro meglio e, ad avventura conclusa, possiamo certo dire che l’esperienza non è stata negativa come si temeva, anche se il nostro concetto di viaggio rimane sempre quello dell’essere indipendenti. Di certo il camper rimane, anche in gruppo comunque, il mezzo migliore per conoscere paesi e genti lontani: i finestrini sono grandi, le guide non sono invadenti, ed è più facile avere contatti personali con persone del luogo. Col risultato che di un viaggio in luoghi affascinanti rimarranno tracce più meditate e non solo miseri flash di monumenti.
I paesi che abbiamo attraversato, in un lungo tragitto di circa 9.700 km, si prestano molto bene a diverse interpretazioni. La Tunisia, che per qualche disattento è solo una terra da cui gli immigrati nordafricani vengono in Italia, è anche il paese dove essi fanno ritorno per trascorrervi le vacanze di fine anno in famiglia.
Condividere con essi, sia all’andata che al ritorno, l’esperienza del traghetto Civitavecchia-Tunisi della Compagnia Grimaldi, su cui eravamo imbarcati anche il gruppo, ha costituito una prima fonte di interrogativi.
La Grimaldi possiede traghetti splendidi che sembrano navi da crociera e sono puntuali come orologi svizzeri, eppure quello che ci porta a Tunisi, ha tutta la parvenza di una vecchia carretta e non è dato mai sapere a che ora parte e quando arriva. I prezzi subiscono in questi periodi delle impennate mostruose e ingiustificate, e il concetto di passaggio-ponte assume qui i connotati di un vero e proprio trasporto-bestiame, con la stessa assoluta mancanza di rispetto che troppo spesso le nostre istituzioni pubbliche e private mostrano nei confronti dei cittadini. Eppure le tariffe pagate dai tunisini sono salate: 400 euro e neppure un posto dove sedersi.
Qualcuno mi racconta che la cuccetta prenotata è risultata inesistente e che il traghetto è normalmente adibito a trasporto camion e quindi la capienza reale per i passeggeri è ridotta rispetto all’uso che ne viene invece fatto. Mi chiedo se le scialuppe di salvataggio siano sufficienti a contenere tutti quanti in caso di disastro e mi chiedo anche perché mai non vengano impartite le consuete istruzioni per affrontare un’emergenza. Mi sfugge anche il motivo per cui gli annunci vengono fatti solo in italiano, quando la maggioranza dei clienti è tunisina.
Mi vergogno un po’ che la Grimaldi sia una compagnia di navigazione italiana: ma i volti di uomini , donne e bambini che affollano ogni angolo sono sempre sorridenti, come i nostri del resto. Forse non stiamo andando tutti in vacanza? Attraversiamo rapidamente la Tunisia, altre mete ci attendono, ma l’impressione che ne traggo è quella di un paese in rapido sviluppo. La strada che ci porta al confine libico in 575 km, è in ottimo stato, l’accoglienza è sempre gentile e non sfuggono i risultati di una recente legge che proibisce alle donne l’uso del velo nelle scuole e negli uffici pubblici. La breve sosta notturna presso il Colosseo di El Jem e la veloce visita al granaio fortificato di Metameur, ci fanno rimpiangere di non avere tempo a disposizione per bighellonare un po’ anche in Tunisia.
LA LIBIA
Il 21 dicembre siamo alla frontiera libica. Le formalità, piuttosto prolungate in questi paesi, avvengono sotto la volitiva espressione di un gigantesco ritratto di Gheddafi, che quasi obbliga a non ottemperare al divieto di fare foto.
La trafila burocratica è lunga, i controlli, che vorrebbero sembrare minuziosi, in realtà si limitano all’apertura di qualche armadietto e i sorridenti funzionari doganali interrompono rapidamente la perquisizione quando, anziché da bottiglie di proibitissime sostanze alcoliche, vengono sommersi dalla caduta di biancheria intima indiscutibilmente femminile. Tanto è vero che riusciremo comunque a “contrabbandare” qualche bottiglia da stappare al momento opportuno. Ma gli stessi funzionari, quando vogliono, sanno essere inflessibili e incorruttibili.
Ce ne accorgeremo al ritorno, quando, in forza dell’entrata in vigore di una nuova norma che consente l’ingresso in Libia solo a chi può dimostrare il possesso di 1000 US dollari, verremo trattenuti in frontiera per un’intera giornata da un irascibile funzionario che si rifiuterà persino di parlare con noi.
A nulla varrà l’intermediazione di Sultan, il poliziotto turistico che ci accompagna, e non sapremo mai perché la situazione improvvisamente si sblocca: forse non passano inosservati gli ormai ansiosi tentativi di collegarci col nostro Console, al momento irreperibile, e addirittura con l’Unità di Crisi della Farnesina, dove una stupefatta funzionaria quasi ci sgrida per esserci cacciati in questa situazione. O forse, più semplicemente, alla frontiera stanno solo attendendo un ordine dall’alto.
Sta di fatto che i nostri passaporti verranno infine timbrati. Scopriremo poi, una volta rientrati in Italia, che la “novità” era già pubblicata sull’ultima edizione della guida Lonely Planet, che nessuno di noi aveva pensato di comperare, visto che per entrare in Libia occorre comunque affidarsi ad un’agenzia turistica locale. Ma per ora questi incidenti di percorso sono lontani e ci apprestiamo ad attraversare la Libia muniti delle nuove targhe affisse ai camper con mezzi di fortuna e scortati dall’auto dell’agenzia, la qualcosa, oltre che obbligatoria, si rivela indispensabile dato che tutta la segnaletica è in arabo e l’unico simbolo comprensibile è quello indicante l’aeroporto. Solo 220 chilometri di strada in ottimo stato ci separano da Tripoli, l’attuale capitale libica, lussureggiante di luci e dove gli unici cartelloni pubblicitari sono quelli, sparsi un po’ ovunque, che celebrano i 38 anni del paterno ed affettuoso governo di Gheddafi.
Siamo strategicamente parcheggiati in un’ampia piazza, in pieno centro e prospiciente il mare, che non può che chiamarsi Piazza Verde e che è sempre piacevolmente animata da gente a passeggio. Non ricordo chi del gruppo ha proposto una cena a base di pesce al porto, dove il pescato passa direttamente dal banco di vendita alla griglia e dove il palato viene messo a dura prova da un antipasto a base di peperoncino puro. Tripoli potremo visitarla, in ordine sparso, visto che molti del gruppo ci sono già stati, sia l’indomani che al ritorno, poiché è una sosta obbligata per la registrazione dei passaporti. La città non delude.
Il quartiere italiano, dall’architettura littoria di vecchia memoria, ospita adesso negozi assai eleganti e ricchi di merci occidentali a prezzi incredibilmente bassi, mentre la medina, circondata da bastioni medioevali, con i suoi vicoli tortuosi e le case bianche ha un indiscutibile sapore mediterraneo, benché parte di essa sia adesso abitata da una laboriosa e indaffarata minoranza africana di neri.
Abbandonata Tripoli verso est, inizia il lungo attraversamento della Libia, tra zone verdeggianti di palme ed eucalipti e tratti semidesertici dove lunghe recinzioni impediscono ai cammelli di suicidarsi. In quanto all’unico agnellino sfuggito a sicuro sgozzamento, ma non al sentimento animalista occidentale, viene raccolto, dopo una brusca frenata, da qualcuno del gruppo e riconsegnato al suo probabile destino.
A parte ciò, gli unici rallentamenti sono legati alla presenza consistente di posti di blocco e a qualche breve sosta per fare un rapido spuntino e il pieno (un sogno riempire il serbatoio con 5 euro!) o per fotografare il tramonto in un’area desertica con i cammelli sullo sfondo… e mucchi di spazzatura in primo piano che sfuggono a qualsiasi tentativo di non essere inquadrati dall’obiettivo.
D’altra parte la presenza di immondizie è una costante in Libia, benché le città siano pulitissime e nelle aree abitate si noti spesso gente indaffarata a raccoglierle. Il Colonnello, forse, dovrebbe dedicare un paragrafo del Libro Verde a questo problema. A parte ciò, la sensazione è di un paese con un tenore di vita medio piuttosto buono, per lo meno rispetto a quanto vedremo in Egitto.
L’assistenza sanitaria e scolastica sino all’università sono gratuite, come ci racconta Sultan, e alle popolazioni beduine dell’interno è offerta la possibilità (o l’obbligo, non è ben chiaro) di trasferirsi in abitazioni dotate di corrente elettrica e acqua.
In quanto ai poveri non corrono il rischio di morire di fame: dopo le sei di sera il pane, che non costa praticamente nulla, viene distribuito gratuitamente cosa della quale, senza volere, approfitteremo anche noi prima della sosta notturna presso l’unico albergo di Sirte, fortunatamente non requisito dal Governo libico per ospitarvi un consesso di generali africani. Ivan, il nostro inflessibile capo, ci infligge levate antelucane ma, sarà forse per il suo indiscutibile carisma o forse per una notevole disciplina di gruppo, siamo tutti sempre puntualissimi e pronti a partire ancor prima del sorgere del sole, anche se a quell’ora le sue cantate via radio non sono proprio il massimo, come quello spiritaccio livornese di Piero non manca di far notare.
E’ comunque consolante ammirare l’alba che tinge di rosso le dune e la macchia mediterranea, e fa brillare di un blu intenso brevi scorci di mare. Vi sono centinaia di chilometri di costa selvaggia, praticamente inaccessibile: una vera manna per speculatori senza scrupoli… Per raggiungere la frontiera egiziana mancano ancora poco meno di 1000 Km, due giorni di guida intensa, interrotta solo da brevi soste, che ci conducono dapprima a Tobruk, attraverso il desolato e immane deserto libico sul cui vedremo tramontare un sole rosso fuoco e sorgere una grande luna bianca. All’ultimo benzinaio, prima di affrontare il deserto e che fortunatamente non ha esaurito il diesel, vendono merci svariate e, se non è poi così strano acquistare ottimi Ray-Ban a 3 euro, è molto più inconsueto trovarsi fra le mani accendini luminosi che proiettano l’inconfondibile faccia di Bin Laden o di Saddam Hussein! L’arrivo a Tobruk di una colonna di dodici camper scatena la fantasia dei poliziotti locali che, obbligati a scortarci, non lesinano sirene spiegate e complicati via-vai per trovarci una sistemazione idonea. Trascorreranno la notte a farci la guardia allietati, spero, da un panettone che abbiamo loro regalato.
ARRIVO IN EGITTO
Lasciati alle spalle gli ultimi 132 km di deserto, pieno di immondizie), salutiamo Sultan e riconsegniamo le targhe libiche. Ci attendono i funzionari egiziani non hanno nulla da invidiare ai colleghi libici in quanto a lentezza e controlli,. Ci occorrono sette ore per entrare in Egitto; e dire che l’agenzia egiziana ci ha mandato Eiman e Mohamed per facilitare le pratiche! Una gigantesca luna rossa, che sorge dal piatto deserto, benedice il nostro ingresso nella terra dei faraoni. Percorriamo 400 noiosi chilometri sino ad El Alamein, attraversando Marsa Matruh, la Rimini dei cairoti (e recentemente dei libici), che con i suoi condomini grigi e spartani di vago stampo sovietico è di certo cambiata da quando Rommel vi veniva a fare il bagno. Ad El Alamein riusciamo appena ad intravedere il Sacrario Italiano, poiché è l’unico non illuminato. Vi faremo una breve sosta la mattina dopo, ma lo visiteremo meglio al ritorno, nell’unica uggiosa e piovosa giornata di tutto il viaggio. Un clima idoneo ai tristi pensieri che luoghi come quelli non possono fare a meno di evocare.
La sera, invece, è la Vigilia di Natale e niente può impedire di festeggiare con panettone e spumante, il primo equamente condiviso con i poliziotti che ci scortano, il secondo, ovviamente, solo per noi, poiché anche l’Egitto è musulmano e l’alcool è in teoria proibito, anche se Franco, con il suo allegro ed altruista carattere, sembra quasi essersene scordato. Manca Luciano al brindisi, vittima di un febbrone influenzale che si è portato dall’Italia. Sono assenti anche Piero e Mariarita, che si è dimostrata e si dimostrerà per tutto il viaggio un’autista provetta e infaticabile. Troppo stanchi forse della lunga tirata o presaghi già che la mattina dopo il loro camper non ne vorrà sapere di ripartire?
IL CAIRO e le PIRAMIDI
Orfani di un camper e dei suoi occupanti, dei quali il solo cane Lalla ostenta tranquillità, il resto del gruppo riparte, confidando che la guida rimasta con Piero possa risolvere il problema. L’autostrada a pagamento che collega direttamente El Alamein al Cairo, senza toccare Alessandria, è abbastanza recente e attraversa una vasta area di deserto, dove squadre di sminatori stanno cercando qualcuna dei 17 milioni di mine sparse in queste zone durante la 2° Guerra Mondiale, le cui mappe nessuna delle potenze belligeranti dell’epoca si è peritata di consegnare all’Egitto, nonostante ripetute richieste del governo. Verso il Wadi Natrum, il paesaggio diventa più verdeggiante, grazie alle opere di irrigazione volute inizialmente da Re Faruk che, per finanziarle, pare abbia venduto la sua preziosa collezione di francobolli.
In quest’area vi sono alcuni antichi monasteri cristiano-copti.
Al ritorno ne visiteremo uno e sarà molto istruttivo imparare dal fluente inglese di Padre Shedrak le particolarità del rito copto e l’importanza storica dei copti quale tramite fra la tradizione dell’Egitto dei faraoni e l’evo moderno. Anche se sostenere che furono i copti ad insegnare ai Crociati le basi dell’architettura che produrrà i capolavori del gotico europeo mi sembra francamente un po’ eccessivo ed è indubbio che il demotico, chiave di decifrazione della Stele di Rosetta, fosse anche lingua dei copti.
L’arrivo al Cairo e il successivo trasferimento al parcheggio potrebbero essere degnamente rappresentati solo da un cartone animato. Il traffico caotico, che segue regole tutte proprie, prodotto da 18 milioni di abitanti, che diventano 24 di giorno, e dodici camper che tentano di avanzare cercando di mantenere la colonna tra rotonde, semafori, incroci, taxi collettivi, carretti e giganteschi pullman turistici, costituiscono da soli una visione comica, soprattutto quando si viaggia in ultima posizione mentre via radio giungono imperiosi ordini: “alla rotonda, ore 12, al semaforo a sinistra, all’incrocio a destra, stringere! Stringere!
Ci fanno passare…” e via così, mentre i locali, noncuranti dei problemi altrui, sfrecciano attorno da tutte le direzioni in un frenetico strombazzare di clacson.
Ma il vero problema sono i pedoni, numerosi come formiche, sempre ubicati nel posto sbagliato, e che incredibilmente sfrecciano anche loro a pochi centimetri dal camper. E così la commedia rischia di scivolare in tragedia. Ho ancora negli occhi l’immagine di una cuffietta rosa, in braccio ad una sagoma velata di nero, che urta lo specchietto retrovisore del nostro camper facendolo richiudere (per fortuna!) con un botto secco. Adrenalina alle stelle, già mi vedo languire in galera con un cadavere di bambina sulla coscienza…
Per fortuna non è successo nulla di grave. Sono scesa, mi sono qualificata come medico. La bimba non si è fatta nulla, come dice la mamma e confermano i numerosi astanti, che mi sembrano tuttavia favorevolmente colpiti dal fatto che ci siamo fermati a prestare soccorso: da queste parti i pedoni non sembrano godere di troppa considerazione. Tranquillizziamo così il gruppo e l stesso Eiman, che si è affrettato a raggiungerci. La paura mi ha fatto quasi scordare l’improvvisa, magica e un po’ assurda visione delle piramidi, che incombono al di là di grigi e sgradevoli palazzoni: Figure sfumate e stinte immerse nella coltre di smog che al Cairo sostituisce l’azzurro del cielo facendone una delle città più inquinate al mondo.
Se Dio vuole arriviamo al parcheggio: la visita di Cairo e dintorni verrà effettuata in pullman. Sfumata l’ipotesi di andare nel pomeriggio a Giza, causa il pranzo di Natale, ripieghiamo sul Museo dove sembra che tutti i turisti del mondo si siano dati appuntamento. I controlli antiterrorismo sono rigorosissimi, salvo l’islamica assurdità di non perquisire le donne: le signore kamikaze sono avvertite!
Il Museo conserva tutto ciò che dell’antica civiltà egiziana sia stato ritrovato o sia rimasto in Egitto. Un accumularsi ottocentesco di reperti che non lo rende la visita molto gradevole: stanze piene di Anubi o di vasi canopi allineati in vetuste vetrine scarsamente illuminate, spesso senza alcuna comprensibile spiegazione, annoierebbero forse anche il più incallito egittologo.
Comunque, i reperti della Sala di Tutankamon, benché esposti nel peggiore dei modi, sono di notevole impatto e i decori, i colori, l’oro e la splendida fattura degli oggetti illuminano da soli una sala di per sé piuttosto tetra. Allo stesso modo i reperti di Akenaton, forse perché legati a ricordi scolastici, rimangono nella memoria. Un rilievo a parte merita la sala delle mummie, dove i visitatori sono scarsi probabilmente perché si paga un biglietto extra, e dove vedere i lineamenti di faraoni famosi, come Ramsete II che se ne sta lì con un braccio semialzato, quasi a scacciare gli importuni, fa sorgere una domanda: avrebbero mai immaginato che l’immortalità in cui fermamente credevano, si sarebbe tradotta nell’essere esposti perennemente alla vista di tanti curiosi? Eppure le suggestioni che l’antico Egitto suscita ancora sono enormi.
Ne avremo una riprova allo spettacolo serale di suoni e luci sullo sfondo delle piramidi e della sfinge, quando, grazie alla faccia tosta di Ivan, ci assicuriamo i posti in prima fila. La sfinge che racconta le sue vicissitudini e la storia di Cheope, Chefren e di altri illustri faraoni, in una variegata miscela di luci e immagini proiettate, è a tratti quasi commovente e lo spettacolo merita interamente il costo del biglietto. Che dire poi della piana di Giza visitata il mattino dopo?
Avvolte da una fastidiosa caligine grigiastra di smog, le piramidi sembrano maestosamente osservare con nobile noncuranza la altrettanto fastidiosa massa di turisti che le assale, assalita a sua volta da torme di venditori di cianfrusaglie. Tutto sotto l’occhio di una inverosimile pletora di poliziotti, più o meno in assetto antiterroristico, mentre gli scarichi di decine di pullman con i motori costantemente accesi danno il loro contributo allo smog.
D’altra parte, le piramidi sono l’unica meraviglia rimasta delle sette e non possono, anzi, non devono deludere: basta estraniarsi dalla folla… L’interno della camera, dove chissà perché è proibito entrare con cineprese e fotocamere visto che non c’è niente da fotografare, lascerà tutti un po’ delusi e con dolori muscolari, che perdureranno qualche giorno, causa l’angusto cunicolo che obbliga il visitatore a procedere con andatura viziata.
Appaiono nella loro grandezza da un pianoro poco distante dal quale se ne può apprezzare con calma la magnificenza, se non si è troppo distratti dai banchetti di souvenir… E’ meglio anche non far caso allo stonato edificio che sorge ai piedi della piramide di Cheope, e che vuole ricalcare in grande e malamente il suo contenuto: la Barca Solare, un incredibile reperto vecchio di 3000 anni, talmente ben conservato da sembrare fatto ieri.
E poi la sfinge, serafica ed enigmatica, che si staglia contro un cielo finalmente diventato blu: vale la pena di farsi largo a gomitate per ammirarla più da vicino e fantasticare su quanti occhi famosi si sono posati su di essa. Comunque si arrivi in Egitto, il meccanismo oliato del turismo di massa non perdona nessuno.
Il pasto viene consumato in un ristorante per turisti con ingresso sorvegliato da soldati armati di mitraglietta; la visita all’Accademia del Papiro (se ne contano decine lungo le strade) è quasi un obbligo, ma il quasi obbligatorio acquisto, almeno con me, sfuma nel momento stesso in cui mi dicono, neanche tanto cortesemente, che è proibito fare riprese. Capirai, gli stessi papiri sono dappertutto!
La Città dei Morti invece, che intravediamo ripetutamente mentre il pullman si tuffa nel traffico rischiando una collisione al minuto, è off-limits. Secondo Eiman, molto cortese, ma molto inquadrato, l’area è pericolosa. Può darsi, o forse è meglio non far vedere come vivono tanti egiziani?
La Cittadella, al contrario, è un must turistico e, dopo i consueti controlli col metal detector, è persino permesso alle donne occidentali entrare nella moschea a capo scoperto. Cosa non si fa per il turismo! Un tour del Cairo, infine, non può prescindere da un tuffo nel Khan el- Khalili, il bazar acchiappaturisti per eccellenza.
Anche questa zona è presidiata da polizia in borghese e in divisa che, se non altro, ha il pregio di rendere meno assillanti i venditori. Ma quando si abbandona il lindo percorso principale, dove le merci luccicano fra intarsiati portali con decori a stalattite, e si raggiungono le vie adiacenti, per nulla frequentate dai i gruppi turistici, ecco che ci si ritrova nel solito, sporco mercato mediorientale.
Di polizia non se ne vede più, le merci hanno prezzi molto più bassi e al posto dei turisti vi sono donne velate e uomini con i costumi tradizionali intenti a far spesa. Secondo Eiman, il prudente, è rischioso spingersi così lontano: eppure ci siamo mossi tranquilli, accompagnati da saluti e sorrisi e nessuno ha trovato da ridire per telecamera e macchina fotografica. Ultima doverosa esperienza è una breve crociera by night sul Nilo con cena e spettacolo. I tentativi di rendere accogliente l’ambiente per gli occidentali, decorandolo con addobbi inconfondibilmente natalizi, è quasi commovente.
Molto più esotici sono il multicolore e roteante derviscio e la danzatrice del ventre che balla con notevole perizia e riscatta piacevolmente, con le sue prorompenti e sensuali rotondità, l’immagine botticelliana della donna, che in occidente è stata ormai sostituita dall’imperante modello anoressico pelle e ossa. Fuori programma la presenza di una coppia di giovani sposi egiziani che stanno festeggiando il matrimonio con i parenti e che coinvolgono il gruppo nelle danze, mentre il padre della sposa riprende tutti col telefonino. Par condicio!
IL DESERTO OCCIDENTALE
Lasciato il Cairo, non prima di aver stressato Eimann imponendogli di accompagnare tutta la carovana lungo una strada dalla quale, con non poche difficoltà, si possono immortalare i camper sullo sfondo delle piramidi, imbocchiamo la strada che si inoltra nel Deserto Occidentale e che corre parallela ad una ferrovia il cui unico scopo è quello di far transitare lentissimi treni che trasportano il ferro di una miniera a cielo aperto nei pressi dell’Oasi di Baharya. Quest’ultima è famosa per alcuni siti archeologici e, secondo la mia guida, anche per essere abitata da beduini particolarmente inaffidabili. Entrambe le cose sono purtroppo vere.
Nell’oasi, si trova il Museo delle Mummie Dorate, uno squallido e decrepito edificio che ospita una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi anni. In esso sono conservate, in polverose teche, stupefacenti sarcofagi, dai quali i volti dei defunti, dipinti con fotografica precisione, sembrano ancora osservare il mondo e certamente maledire il momento in cui sono stati ritrovati e posti alla mercè di sfacciati guardiani in cerca di laute mance. Costoro infatti, pretendono ben 1000 pounds (circa 80 euro o, se si vuole, lo stipendio mensile medio egiziano) per poter fare qualche ripresa.
La stessa richiesta nei siti successivi: le rovine di un tempio decorato da bassorilievi e i ruderi del Tempio di Alessandro, talmente malmessi che, semmai, a pagare per una foto dovrebbero essere i custodi. Quasi, quasi verrebbe voglia di tornare all’ingresso dell’oasi, dove sorge l’Ufficio Turistico, per chiedere lumi, ma percorrendo le strade dell’oasi e osservando le condizioni di vita estremamente povere, la rabbia scema in fretta. Assomiglia, palme a parte, ad un villaggio afgano, e con questo è detto tutto.
Raggiungiamo al tramonto il nostro parcheggio, una distesa di sabbia denominata Pozzo del Presidente dal giorno in cui Sadat vi atterrò un’unica volta col suo aereo personale senza avere forse il tempo di vedere la miseria del suo popolo. Inevitabile in una distesa sabbiosa rimanere insabbiati, soprattutto quando si cerca con ripetute manovre di formare un cerchio. Ci penserà Salah, l’autista che ci accompagnerà per tutto il viaggio assieme ad Eimann e a Mohammed, a tirare fuori dai guai i malcapitati. Ulteriori insabbiamenti, gomme bucate, un camper nel fosso e qualche momento di nervosismo collettivo contraddistinguono la partenza dall’oasi. E dire che abbiamo dormito più del solito. Ma tutto si risolve, o quasi, di fronte ai paesaggi che ci attendono.
Il Deserto Nero, dove piccoli detriti lavici, erosi dalle colline circostanti, punteggiano di nero la sabbia dorata. La Montagna di Cristallo, una curiosità geologica di luccicante quarzo e selenite, che fra non molto scomparirà, se ogni passante ne porta via un pezzetto.
E, infine, il Deserto Bianco, un’incredibile manifestazione della fantasia della natura: bizzarre formazioni rocciose di candido gesso morbidamente eroso spiccano fra la sabbia. Una minuscola oasi verdeggiante di palme che racchiude il segreto di una piccola fonte. Minuscoli cristalli di quarzo e curiosi frammenti pesanti e scuri che, ad uno sguardo più attento, svelano il loro remotissimo passato di fossili di corallo e di altre creature marine, ricordo di un vasto mare.
Al tramonto, poi, Salah si presta gentilmente a riaccompagnare chi vuole godersi lo spettacolo del Deserto Bianco illuminato dalla luce ormai radente del sole: niente di più fantastico, se non, forse, lo stellato notturno che nemmeno la luce del falò acceso dai beduini fa impallidire.
La tappa successiva è l’oasi di Dakhla, un viaggio nel grande mare di sabbia punteggiato da soste in luoghi come l’oasi di Farafra, dove vive e lavora un estroso e autodidatta artista beduino che sogna uno sviluppo delle oasi compatibile con la tradizione e non con i casermoni in cemento armato; o in luoghi storici, come la Necropoli di Muzawaka, che offre qualche tomba con relativo proprietario mummificato (una delle quali sta assumendo i connotati di una discarica) o come il Deir- al-Hagar, un tempio romano del I sec. D.C. dedicato al dio locale Seth. Maggior interessa riveste sicuramente l’antico insediamento islamico di Al Qasr, con le sue strette e ombrose vie invase dalla sabbia. Eiman è prodigo di spiegazioni e quasi non ci accorgiamo di essere sempre scortati da un silenzioso poliziotto.
A Bir el Gebel, luogo della nostra sosta notturna, una fonte termale con relativa minuscola piscina pubblica invita ad un bagno rilassante, passatempo per il quale ci vuole un certo coraggio dato il freddo intenso e l’aspetto dell’acqua, ma ormai è quasi buio e certi particolari risultano invisibili.
Da Dakhla all’oasi di Kharga il deserto si trasforma in una pietraia grigiastra, punteggiata da collinette e si riscatta solo nella Valle di Cammelli dove rocce hanno bizzarre forme di animali. Splendide dune anticipano l’arrivo a Kharga, verdeggiante di palmeti e ricca di testimonianze storiche, che visitiamo cercando come al solito di limitare al massimo il tempo dedicato a banalità quotidiane come mangiare o farsi un caffè. Eiman sembra ormai rassegnato a guidare un gruppo non molto disciplinato e che, a volte, non sembra prendere troppo sul serio le sue spiegazioni: Maurizio ed io con Luciano e MariaRosa, avendo già letto sulla guida le notizie sui luoghi, preferiamo allontanarci per fare riprese e foto; in quanto a Ivan, che dovrebbe dare il buon esempio, diverte tutti con i suoi giochi di prestigio e i suoi scherzi, come quando ha fatto sparire tutto il gruppo dietro una tomba della Necropoli di Bagawat, mentre il povero Eiman prosegue da solo parlando e agitando la bandierina.
Caro Eiman, se mai leggerai questo diario, sappi che comunque abbiamo sempre apprezzato i tuoi sforzi e la tua profonda conoscenza dell’Egitto e il nostro comportamento è stato solo frutto di bonario spirito goliardico. E poi hai sempre avuto la consolazione di una bella fumata col narghilé! Dagli affreschi delle tombe copte di Bagawat, al Tempio di Ibis, primo vero incontro, forse, con l’arte egiziana, al Tempio di Nadura da cui si gode il panorama dell’oasi, ai resti del Qasr al Zayn anche quest’ultima giornata nel deserto passa troppo in fretta ed è già il tramonto quando raggiungiamo il Nasser Tourist Camp, dotato anche questo di piscina termale, francamente un po’ troppo sporca per approfittarne. L’arrivo di un altro folto gruppo di camper italiani lo fa rapidamente assomigliare a un campeggio di Rimini a ferragosto.
L’EGITTO DEI FARAONI
La traversata dell’ultimo tratto di deserto è piuttosto noiosa, nonostante gli sproloqui di Eiman su improbabili avvistamenti di gazzelle e altri animali, e così salutiamo con gioia la comparsa di un canale costeggiato da palmeti, bananeti e verdeggianti coltivazioni che anticipano la presenza del Nilo.
La meta è Luxor con suoi famosi templi dei quali è quasi inutile parlare e che possiamo facilmente visitare dato che siamo strategicamente parcheggiati quasi in centro città e il pullman dell’agenzia è pronto a portarci in giro. E allora proviamo ancora una volta l’emozione di ricordare il Tempio di Luxor, forse più magico di notte, quando una modesta bakshish ci permette di riprenderlo dalle mura pericolanti della moschea; le possenti architetture di Karnak che è stupendo fotografare al tramonto quando si riflettono sul piccolo lago e i turisti sono un po’ diminuiti; la Valle dei Re, dove è vietato fare tutto tranne cercare di memorizzare gli splendidi bassorilievi delle tombe e sperare che l’aria umido-mefitica di migliaia di turisti non ci faccia respirare troppi virus; i Colossi di Memnone, giganteschi e ieratici; il Tempio di Hatshepsut, l’unico faraone donna (non faraona!) che la storia ricordi, ma famoso soprattutto per l’attacco terroristico di dieci anni fa che costò la vita a 58 turisti e che ora, come d’altronde tutto l’Egitto, è vigilato come Fort Knox (anche se scoprire, dal sempre informato Eiman, che i cinque terroristi uccisi non erano circoncisi apre qualche interrogativo).
A Luxor festeggiamo l’ultimo dell’anno in compagnia dell’ormai consueto spettacolo di danza del ventre, una donna piuttosto vecchiotta e pingue, e danzatore derviscio, ma con una sorpresa in più: l’incantatore di serpenti. Lo spettacolo consiste nel dimostrare il proprio coraggio indossando a mò di sciarpa uno dei rettili, per la verità abbastanza addormentato, o nel guardare in faccia a distanza ravvicinata un saettante cobra. Se poi qualcuno, come Luciano, arriva al punto di infilare la bestia nei pantaloni godrà di improvvisa popolarità e rispetto da parte di tutto il gruppo. Una bella sorpresa ce la riserva infine Piero che dona ad ogni equipaggio un suo disegno.
E poi il Nilo, azzurro che più non si può e letteralmente invaso da imbarcazioni da crociera, sul quale si affacciano elegantissimi hotel. In uno di questi pranziamo: è il più elegante e ha ospitato sino al giorno prima il Presidente Sarkozy e compagna, del cui passaggio residua ancora una tavola drappeggiata con i colori della bandiera francese. Anche a Luxor siamo scortati ovunque si vada, ma neanche i poliziotti riescono a resistere ai modi persuasivi di Ivan: non passa molto tempo ed eccolo seduto a cavalcioni della moto di un poliziotto e salutato con rispetto ai posti di blocco!
LUNGO IL NILO
Da Luxor in poi, chiunque voglia proseguire verso sud deve viaggiare in convoglio. Tutto ciò non sarebbe comunque nulla se non fosse che, appena fuori città, si scatena una vera e propria competizione fra pullman e pulmini. Costoro fanno a gara a sorpassare a destra e a sinistra, mentre l’auto della polizia procede allegramente sui 100-110 orari attraverso villaggi pieni di carretti e pedoni il tutto inframmezzato da improvvisati dissuasori costituiti da bidoni pieni di cemento che restringono la carreggiata. E questa gara mortale per approdare dopo solo un’ora a un luogo di ristoro in cui schiere di turisti, evidentemente affetti da diarrea o da patologia prostatica, si affrettano alle toilette.
La prima vera sosta consentita è al Tempio di Horus, a Edfu, un mirabile edificio di epoca tolemaica letteralmente brulicante di visitatori, neanche fosse San Pietro durante la benedizione pasquale. Arrivare in fondo è un’impresa titanica di calci, spintoni e gomitate. La sosta comunque ci permette di accodarci al convoglio e viaggiare più tranquilli stando ultimi. A Kom Ombo, la sosta successiva, c’è meno ressa e il tempio dedicato a Sobek, il dio coccodrillo, sorge in prossimità del Nilo. E’ molto suggestivo, ma non sfugge l’estrema povertà del villaggio stesso, i cui abitanti vivono grazie alla coltivazione della canna da zucchero, mentre della ricchezza che il turismo mordi e fuggi porta in zona non vedono nulla. Raggiungiamo, piuttosto stressati, il nostro parcheggio presso la Adam Home, una costruzione a quadrilatero in stile nubiano.
Il luogo è tranquillo e la vista spazia sul Nilo. Ha un solo difetto: dista 18 Km da Aswan. Il che, complice un lieve isterismo dettato da stanchezza, induce Ivan e Maurizio ad una rapida fuga alla ricerca di un altro parcheggio, lasciando un esterrefatto, sconfortato ed allibito Signor Adam, il proprietario che non si capacita di quanto sta avvenendo.
Gli altri equipaggi si sono ritirati nei camper e toccherà al mio inglese imperfetto sdrammatizzare l’accaduto, il che mi vale ben tre bicchieri di spumeggiante karkadè freddo. In realtà il luogo non è male come base per visitare in pullman Aswan e dintorni e, oltretutto, offre serate divertenti di musica nubiana e cene tipiche a base di agnello arrosto consumato seduti sui tappeti. Che poi la posizione non sia particolarmente comoda e l’agnello un po’ al dente fa parte degli incerti di viaggio e non toglie nulla al divertimento. Anche ad Aswan i turisti sono tanti.
C’è la famosa diga dalla quale affacciarsi sul Lago Nasser, bellissimo, anche se la sua creazione, oltre ad aver sommerso la civiltà nubiana, trattiene adesso quel prezioso limo che fece la grandezza dell’Egitto faraonico e obbliga i contadini a valle ad usare tonnellate di fertilizzanti chimici.
C’è l’isolotto di File, rimasto a galla, che conserva le splendide e romantiche vestigia del Tempio di Iside e viene raggiunto a bordo di piccole imbarcazioni.
Ci sono i profumifici, la cui visita, magari corredata da un rilassante massaggio con essenze profumate, è quasi d’obbligo e c’è, inoltre, un suk, molto vasto e molto allegro, dove il gruppo si disperde in fretta, lasciando un po’ costernati i poliziotti incaricati di scortarci.
Qui, come ormai dappertutto in Egitto, la moneta corrente è l’euro e si mercanteggia sino allo sfinimento per raggiungere quell’ignota cifra in grado di accontentare acquirente e venditore.
Ed è qui che la curiosità di indossare e portarsi a casa un nero e coprente abaya contagia sia me che Silvana, la moglie di Ivan. Curiosità che rischia di procurare un attacco cardiaco a Mohammed quando assisterà, ignaro dell’identità della nera figura, alla pacca sul sedere assestatale dallo stesso Ivan.
E’ qui infine, che ci si può godere una gita in feluca, parola che, non si sa per quale arcana strada, ma complice il solito spirito goliardico, assume improvvisamente insospettati doppi sensi, che fanno ridere ed arrossire un imbarazzatissimo Eiman. Sempre in convoglio si arriva da Aswan ad Abu Simbel.
In questo punto la strada si allontana dal Nilo ed si inoltra nel deserto: il convoglio diventa quasi un pro forma e in breve rimaniamo soli staccandoci dalle auto della polizia. Non ci vuole altro per scatenare lo spirito anarchico che cova sempre nell’animo del camerista anche più docile. E così, con grande costernazione del nostri accompagnatori, metà gruppo scompare infilando una sterrata laterale che porta alle azzurre acque del grande canale di Toshka.
Qui, sia all’andata che al ritorno, facciamo una sosta. Giusto il tempo per scattare qualche foto, scambiare un pacco di pasta con cetrioli e vedere da vicino come vivono quei fellah, che il sogno di Sadat e Mubarak di rendere fertile il deserto convogliando acqua e limo dal Lago Nasser, hanno spinto a vivere qui. E’ un altro mondo, lontano anni luce dagli splendori turistici dell’Egitto, fatto di fatica e miseria, di abitazioni piccole e malsane, di mosche che si posano ovunque e di bambini che probabilmente non conoscono assistenza sanitaria e scuola.
Il 20% della popolazione in Egitto è ancora analfabeta e l’assistenza medica non è alla portata di tutti. Anche questo ci ha raccontato Eiman e, pur se l’attenzione è costantemente distolta da queste realtà, non si può fare a meno di vedere ovunque bambini che cercano di guadagnare qualche lira vendendo ai turisti piccoli souvenir. Abu Simbel non può deludere, anche se forse è meglio visitarla al mattino presto, quando il sole illumina in pieno le colossali statue, oppure di notte con la suggestione di uno spettacolo di suoni e luci. Gli splendidi interni non si possono, come al solito, fotografare anche se i giochi di prestigio di Ivan per qualche minuto fanno chiudere un occhio ai guardiani. Inutile invece cercare di uscire dalla cittadina: i poliziotti ai posti di blocco, sorridenti ma inflessibili, non lo permetteranno mai.
UN TUFFO NEL MAR ROSSO
Ripercorso in senso contrario, sempre in convoglio, il tragitto Abu Simbel-Assuan-Luxor, del quale rimangono nel ricordo la lunga sosta a Kom Ombo a causa di un inestricabile ingorgo di carri carichi di canne da zucchero e il ritardo accumulato che ci farà arrivare ad Assuan appena in tempo per accodarci al secondo convoglio (vale a dire cinque minuti prima che le strade siano bloccate da bande chiodate!), non resta che dedicarci all’ultima parte del viaggio e attraversare il deserto orientale fino a Hurgada.
In convoglio naturalmente.
Ma questa volta ha un’aria molto efficiente e seria, basti dire che tutte le strade laterali, sterrate comprese, sono presidiate da camionette e poliziotti armati. Riarse montagne, gole rocciose, distese di sabbia e miraggi ci accompagnano sino al Villaggio Magawish, un ex Club Mediterraneè, che ospita la nostra carovana a pochi metri dalle acque del Mar Rosso, e dove occorre una solida preparazione atletica per raggiungere la lontanissima e presidiata uscita. Ma una volta fuori, basta fermare un taxi per raggiungere Hurgada centro, lungo una strada ai cui lati sorgono come funghi villaggi turistici e schiere di condomini il cui interesse turistico è assai dubbio, visto che il mare dista qualche chilometro. Il centro della vecchia Hurgada conserva ancora qualche traccia del suo ormai remoto passato di piccolo villaggio di pescatori. Può capitare che un barbiere coinvolga il visitatore in un taglio barba, baffi e peli superflui, servizio, quest’ultimo, svolto usando con notevole abilità un filo di cotone e rivolto al gentil sesso che, in men che non si dica, si ritrova con due sopracciglia perfette e una pelle liscia come seta. In quanto alla New Hurgada, è tutta un luccicare di negozi in cui sculettano vistose rappresentanti dell’ex URSS, in genere accompagnate da qualche egiziano abbiente, mentre i loro compagni maschi sono particolarmente impegnati a scolare bevande alcoliche.
Tutte queste osservazioni possono essere tranquillamente fatte stando comodamente seduti in un bar all’aperto, cercando di mettere in pratica gli insegnamenti di Eiman sull’uso del narghilé e ragionare se la separazione dei turisti dagli egiziani sia dovuta più ai rischi che corrono gli occidentali, o a quelli che corre la tradizionalista società musulmana.
E’ certo che agli egiziani è impedito l’accesso a queste enclavi occidentali, a meno che non abbiano un particolare permesso; mentre agli occidentali non risulta economicamente conveniente prenotarsi un albergo nei villaggi turistici più a nord, tradizionalmente riservati agli egiziani. Un modo come un altro per impedire incontrollabili reazioni a catena e salvaguardare una importantissima, ma rischiosa fonte di ricchezza, quale è il turismo di massa. Di questa oliata macchina approfittiamo anche noi: gita in barca, una breve sosta ad un’isola di sabbia corallina, dove a ciascun gruppo è assegnata un area precisa e l’elenco dei partecipanti è immediatamente consegnato alla polizia e infine un po’ di snorkelling, anche se tira un vento gelido e bisogna passare in fretta dal costume alla giacca a vento.
IL RITORNO
La vacanza è agli sgoccioli e il tempo sembra improvvisamente correre più in fretta. Eccoci di nuovo in mezzo al caos del Cairo, eccoci alla frontiera a salutare Eiman, il tranquillo, Mohammed e l’indaffarato Salah, il sorridente, che ci hanno scortato, fatto compagnia e sopportato in questo lungo viaggio. Eccoci di nuovo in Libia, questa volta alle prese con le rovine di Cirene e Apollonia e con la doverosa visita alla tomba dell’eroe nazionale, quel Omar al-Mukhtar, capo della resistenza libica, giustiziato dagli Italiani dopo un sommario processo. Qualche incomprensione con Sultan rende un po’ tesa l’atmosfera e forse per questo preferisco ricordare l’ultima visita in Egitto: Saqqara, dove ci godiamo l’immota visione dell’antichissima piramide a gradoni, straordinariamente priva di gente e illuminata dall’ormai prossimo tramonto. Che dire? Nonostante il turismo di massa, la polizia, i controlli e i divieti, che spesso mi hanno fatto imbestialire, l’Egitto e il suo popolo sono meravigliosi. Io ci tornerei…e voi?
Questo diario è dedicato a tutti gli altri 25 componenti del tour che saluto e ai quali auguro di continuare a viaggiare sempre, con qualunque mezzo e in qualsiasi modo.
Sandra Mondini
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